La questione dei profughi

Nel momento in cui sull'Isonzo si instaurò il fronte di guerra, si presentò anche il problema di spostare la popolazione che abitava nelle aree interessate dal conflitto. I primi profughi abbandorarono le loro case pochi giorni prima della fine del mese di maggio 1915, altri attesero gli eventi; chi si trasferiva all'interno dell'Impero e chi invece passava all'Italia. Certo non fu facile gestire l'esodo iniziale in quanto i centri di raccolta e di ospitalità nelle diverse località dell'Impero non erano ancora pronti ed al massimo della ricettività. In ogni caso, l'esodo maggiore fu rilevato all'inizio delle ostilità ed a questo seguirono via via altri minori durante tutti gli anni di durata del conflitto.
Per capire meglio la situazione ci vengono in aiuto alcuni passi tratti dal diario di Folladore e da "La Guerra e il Friuli - Del Bianco ed.
[...] A Palmanova i profughi furono concentrati fuori Porta Cividale e i palmarini portarono a questi infelici giunti a piedi, su carri, e sprovvisti di tutto, conforto di proviande. A Udine i Gradiscani arrivarono decorati di bandierina e coccarda tricolori, che sui loro petti avevano un significato ben commovente. Il loro arrivo improvviso ed inaspettato, animò la pietosa squadra delle infermiere della Croce Rossa che affettuosamente si prestarono a provvederli di alimento e di rifugio. Frattanto i profughi si raccolsero sui viali della stazione ove furono circondati dai cittadini desiderosi di aiutarli e confortarli. Da norarsi che nel pomeriggio del 24 maggio, molti Gradiscani erano stati mandati dalla autorità austriaca nell'interno della Monarchia per cui, sin dal primo aprirsi delle ostilità, quasi tutte le famiglie di Gradisca, chi per effetto del richiamo alle armi di qualche congiunto, chi per l'internamento, chi per l'esodo si trovavano divise: una parte in Italia, l'altra in Austria.
[...] Nella città (Gorizia) intorno alla quale stringevasi ogni giorno più il cerchio delle milizie italiane, gli imperiali con maggior lena, e con volontà resa più salda dalla fortunata resistenza delle prime settimane, si apprestavano però a contrastare il passo agli avversari, mentre la popolazione rimastavi andava assottigliandosi, o per i vuoti prodotti dalle uccisioni quotidiane, o perchè ridottasi allo stremo, e abbandonata ogni speranza di prossima liberazione, i più si rassegnavano a prendere la via dell'esilio. Già nel maggio dell'intervento Gorizia aveva cominciato a spopolarsi, e molte famiglie si erano allontantate per timore di rappresaglie, altre ancora costrettevi dalla necessità, per il trasferirsi altrove enell'interno degli uffici pubblici e numerosi infine per ordine della autorità politica e militare che "giornalmente arrestava ed internava tutti quei cittadini che nel passato si erano mostrati per madonna polizia un po' troppo italiani di idee, o che si erano lasciati cogliere a parlare di cannoni e di movimenti militari, così da essere sospettati di spionaggio".
I profughi dopo breve sosta nel fabbricato della scuola agraria, venivano avviati verso l'interno, in lunghi convogli che partivano dalla transalpina, e mentre a Vienna si costituiva, sotto la presidenza del barone Bek un comitato di soccorso, l'amministrazione provinciale, a sua volta, ravvisava la necessità di un ufficio staccato a Leibnitz, ove maggiormente si concentravano i fuggiaschi. [...] All fine di ottobre non vi erano a Gorizia più di 8.000 abitanti, ridottisi poi ancora, l'anno seguente, al momento in cui la città fu dagli italiani occupata, ad appena 3.000!
[...] A centinaia e forse a migliaia si potrebbero pubblicare lettere e documenti nei quali la sofferenza fisica e morale traspare da ogni parola, e forma quasi un poema di dolore, ove la nota lirica non supera mai la realtà vissuta. Dolore di profughi profondamente umano e profondamente diverso da quello che la guerra determinò nell'animo dei combattenti e delle loro famiglie, dolore in cui si trovano fusi, come in un crogiuolo, tutti i sentimenti, perchè la vita stessa a cui i fuggiaschi erano stati condannati dalle ineluttabili circostanze dei fatti, portava in sè il germe di tutte le sofferenze; e l'affannarsi implacabile per il domani, e con il rammarico delle cose lasciate, la umiliazione di quelle presenti, e con il ricordo nostalgico della città o del paese natio, la tormentosa visione delle rovine che erano state, o che erano in atto, o che potevano verificarsi, ricordo questo che straziava l'animo, non meno dell'angosciosa incertezza sulla sorte dei congiunti e degli amici. Tale era la vita dei profughi. Intorno ad essi non alitava quel senso eroico che rende ammirevole la sofferenza, luminoso il sacrificio, onorevole ed invidiata la morte; eravi invece compassione, talvolta tenerezza, come a deboli e sventurati, in tutto bisognosi, in tutto provati, degni di largo aiuto dalla Patria, per risorgere e per rifarsi quella vita, che in nome della Patria era stata divelta.
[...] Anche durante la Battaglia per la presa di Gorizia furono fatte sfollare le genti che ancora si trovavano in città. In migliaia lasciarono Gorizia perchè si temeva che i combattimenti sarebbero avvenuti tra le case. Il Comando militare aveva disposto per avviarli nella Carniola ma l'autorità politica stabilì invece che i fuggiaschi fossero internati a Wagna. Nel momento in cui la città dovette essere abbandonata per il prossimo arrivo delle truppe italiane, i profughi dovettero raggiungere non Prevacina, come disposto e dove li attendeva il loro pirmo concentramento, ma Aidussina. L'ordine superiore era di sgomberare la città. I cittadini non sapevano dove andare e non si decidevano ad abbandonare le proprie case.
Le genti furono sistemate nelle lontane retrovie del fronte in Carniola, Stiria Inferiore, Carinzia Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia. I campi profughi erano "città di legno": Bruck and der Leitha, Gmuend a cavallo con il confine ceco, Karzenau nei pressi di Linz,Wagna nei pressi di Leibnitz nella Stiria.
Chi sceglieva l'Italia veniva inviato, nei casi più fortunosi, in varie località della Venezia Giulia. Altri invece dovevano intraprendere i lunghi trasferimenti un po' in tutta l'Italia, dal settentrione al meridione.
Quelli che invece avevano la fortuna di abitare in località non interessate dalla guerra potevano rimanere nelle loro case, seppur con limitazione di movimenti e costantemente vigilati, almeno nei primi tempi; gli italiani avevano paura che tra la popolazione residente ci fossero delle spie austriache. Dapprima le misure restrittive furono molto pesanti, con svariati casi di giustizia sommaria, in modo particolare in alcuni villaggi dell'Alto Isonzo. In seguito le misure repressive furono allentate ed anzi, gli italiani aiutarono in svariati modi le popolazioni residenti. Fiorì anche un commercio alquanto improvvisato ma altrettanto redditizio tra gli abitanti del luogo ed i soldati italiani, in particolar modo riguardo il vino, presente in abbondante quantità e molto richiesto dalle truppe italiane.

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